Interventi

Ha ragione il sindaco Del Bono. Comunque fuori dalla lista dei quartieri. 09 11 18

Condivido al cento per cento la posizione del Sindaco Del Bono che ritiene che il “candidato con il Kalashnikov”, Chaudry Talat,  non possa presentarsi alle elezioni dei Quartieri. “La scelta di pubblicare una propria fotografia armato, infatti, va contro i principi contenuti nello Statuto del Comune di Brescia, che inneggiano alla pace e alla fratellanza. Un'immagine del genere va esattamente nella direzione opposta».
A mio parere ha sbagliato - e mi dispiace - la Commissione a consentirne l'ammissibilità, non tenendo in debito conto tale valutazione del Sindaco. Immagino facendo una valutazione con riferimento solo a reati compiuti o meno dal diretto interessato. Alla famosa fedina penale del... leguleio.
Neppure l’appello del Sindaco rivolto al diretto interessato per un passo indietro ha fatto finora breccia per il ritiro della sua candidatura.
A mio parere qui non si tratta della sua buona fede, delle intenzioni o della sua buona condotta, su cui nessuno (perlomeno io) può dire, ma del fatto obbiettivo – e tale basta - di aver lui, e neppure altri, deciso di pubblicare e di mantenere pubblicata una sua foto con il Kalasknikov, che nell’immaginario rappresenta un rimando alle mille foto dei terroristi che troviamo sui giornali ed in rete. Non poteva non saperlo. Quindi il rimando ad vero e proprio elemento oggettivo di apologia di reato punibile, ai sensi del Codice  Penale, per la rievocazione pubblica di episodi criminosi di carattere terroristico.
C’è qualcosa che lo coinvolga direttamente? Assolutamente no. E si può dar credito alle sue scuse ed a ciò che egli ha detto. Ma non è questo il punto. Non conoscendo la persona interessata neppure discuto delle sue migliori intenzioni personali, ma ciò che fa testo nella valutazione obbiettiva non sono le sue recondite intenzioni, ma è il messaggio da lui pubblicamente e consapevolmente veicolato sui Social. Ed oggi anche sui giornali di tutta Italia.
Questo il punto da non aggirare, neppure da parte sua. Peraltro a seguito di una scelta sua di pubblicare proprio tale foto, e con quell'arma, che rimanda a molte fotografie inquietanti che in questi anni insanguinati si son sono rincorse davanti ai nostri occhi.
Se in epoca di terrorismo e della vicenda Moro mi fossi fatto fotografare con la P 38, per mettermi poi sui Social, la Commissione del Comune di Brescia con quale faccia mi avrebbe ammesso? Perché dalla fedina non risultava che avessi mai sparato a nessuno?
Si è anche affermato che non vi sono  motivi ostativi per la sua candidatura "a maggior ragione" essendo i Quartieri solo organi consultivi.



Non possiamo non dirci severiniani - Bresciablog 26 11 2003

Rovistando tra vecchie carte ho trovato questo vecchio intervento del 2003, pubblicato sul Blog di Renato Rovetta, un caro amico da tempo scomparso,  e riguardante una polemica accesa con diversi interventi sul pensiero di Emanuele Severino. brg

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Caro Renato,
seguo con interesse la “finestra” che hai dedicato al filosofo Emanuele Severino. Con interesse e, nel contempo, con un qualche disappunto.
Il prof. Giancarlo Conti non si trattiene dall’esprimere giudizi graffianti e sull’effetto “Dulcamara” (ed ancora: sulla “trappola retorica”, sul “teatrino della filosofia di provincia”, sulla “autocontemplazione narcisistica”…) e non risparmia certo un’overdose di sarcasmo.
Di fronte ad un pregevole lavoro di “archeologia” rappresentato dalla riproposizione di un saggio critico di Pietro Rossi, mi sono sentito stimolato ad aprire un faldone di articoli che raccoglie parte di una nostra “archeologia di provincia”.
Un pacco di ritagli riguardanti Severino, articoli di Mario Cassa, di Italo Valent, varie interviste di Antonio Sabatucci, ed alcuni interventi e recensioni scritti anche dal sottoscritto, sempre su “Brescia Oggi”. Giornale su cui, peraltro, Severino nel periodo ‘74-‘75 aveva scritto una sessantina di articoli.
Possibile un abbaglio così clamoroso? Una “severinpatìa” che ha portato ad una sopravvalutazione - come sostiene l’amico Conti - di un “rappresentante per il Lombardo Veneto della filosofia di Heidegger”? Un abbaglio - se ho ben capito la critica - che consiste non tanto nel condividere o meno le tesi di Severino, ma nel ritenere sostanzialmente sovrastimato il valore di un confronto con il “racconto filosofico severiniano” che presenterebbe “un quadro concettuale limitato”, “soluzioni a buon mercato”, e che non si porrebbe sul “piano della critica storica e dell’analisi concettuale complessa”.
Eh sì. Perché se il bresciano Severino è semplicemente un heideggeriano lombardoveneto la premura ormai quasi trentennale dedicata alla raccolta di questo mio faldone di interventi, nonché la lunga fila di libri e saggi critici, saranno pur commoventi, ma anche il segno evidente di un patetico provincialismo.
Resta da capire come mai con Severino abbia incrociato le armi il fior fiore di filosofi. Tra questi – e voglio subito tirare l’acqua al mio mulino, ancora un po’ diroccato, ma stabilmente sistemato sulla sponda di sinistra - ben noto è il riconoscimento di Massimo Cacciari.

Bragaglio: una testimonianza sul sen. Piero Padula sindaco e politico

Mantengo particolarmente vivo il ricordo del sen. Piero Padula. Della sua acuta intelligenza in campo politico ed amministrativo, del suo impegno e della sua determinazione. Del valore da lui assegnato ad una parola data. Nonché della stima ampiamente riconosciuta, anche da avversari politici, come dall’allora Gruppo Consiliare del PCI e di cui posso dare testimonianza anche in qualità di Capogruppo. Altrettanto vivo è il ricordo di quel suo temperamento schietto e forte, anche se non sempre facile.
Una stagione di Sindaco (1985-90), in cui convergenze e scontri tra la maggioranza di governo, imperniata sulla DC, e l’opposizione del PCI possono essere iscritti nel quadro di rapporti politici che - soprattutto a far data dal 1975, con sindaco Cesare Trebeschi e l’esperienza delle “Giunte aperte” - hanno caratterizzato la storia amministrativa della Loggia ed il migliore municipalismo bresciano. Un tratto che ha costituito, e per interi periodi storici, un apprezzato denominatore comune delle forze politiche popolari. Al punto da far positivamente rilevare vere e proprie “storie parallele” dei protagonisti di quel municipalismo, quand’anche diversamente collocati sullo scacchiere politico.

Presentazione del libro FORME DELLA RIBELLIONE di Paolo Barbieri - 04 10 2018

ASSOCIAZIONE ARTISTI BRESCIANI

Giovedì 4 ottobre, ore 18, nella sede dell’AAB, Vicolo delle Stelle 4, Brescia

presentazione del libro: FORME DELLA RIBELLIONE


di PAOLO BARBIERI (giornalista e saggista)

Con l’Autore dialogano:

MASSIMO TEDESCHI (presidente dell’AAB),

CLAUDIO BRAGAGLIO (Associazione di Studi Emanuele Severino)

Il Libro è edito da Moretti&Vitali

In copertina: "Il mito di Sisifo" nel dipinto del Tiziano (Museo del Prado)

Non ci sono cose colorate in giro, solo persone

Egregio Direttore,

mi son chiesto – anche per la stima che ho per Lei – se prendere silenziosamente atto delle sue osservazioni critiche, o rispondere con garbo, limitandomi a dire che anche nelle polemiche pratico la “par condicio”. Quindi con lo stesso stile – apprezzato o meno che sia – per un calabrese od un valsabbino. Con le stesse ironie, cadute di stile o prese in giro…:, come Lei stessa – pungente - mi ricorda. A testimonianza mia porto l’esempio di varie polemiche con colleghi del Nord o del Sud, con i quali in generale mantengo rapporti di cordialità. Anche perché sempre – è la regola del ring – son loro a rispondere colpo su colpo…e di questo non mi dolgo per nulla. Fermandomi qui.
Ma, così facendo, non sarei del tutto sincero, perché mi è sembrato che Lei cogliesse un qualcosa di più e di troppo nel mio fastidio polemico verso il dottor Acri. Anche in quel mio voler violare il tabù con un provocatorio richiamo al “negher” e al “terù”.
E’ questo un aspetto delicato che non intendo aggirare, andando anche oltre l’inconsapevole Acri. Quindi anche oltre le sue bugie quando, dopo ben tre giorni, non gli è venuto di meglio che sostituire gli stranieri con delle ignare “famiglie arcobaleno” che, di colpo, son state da Acri persino espropriate della loro “italianità”. Che siano neri, gay o domani dell’altro per Acri sono le sgradite “cose colorate in giro”. E qui, parlando di persone, spero che lo svarione sia ascrivibile ad una sua sconcertante povertà di lessico. Laureato in medicina, si vede che sul resto, in Consiglio e fuori, si confonde.


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