Partito

Bragaglio: in gioco non solo un congresso, ma la vita stessa del Partito Democratico

La situazione che si è creata con il ritiro della candidatura di Marco Minniti è particolarmente critica per il PD. Soprattutto per le motivazioni allarmanti che l’hanno motivata e riguardanti il rischio concreto di nuove scissioni e lacerazioni. Comunque la si pensi va reso un sincero omaggio alla serietà, alla affidabilità ed all’impegno di Minniti.
Le notizie contraddittorie che si erano accavallate da giorni ci sembrava fossero positivamente rientrate con la rinnovata disponibilità che Minniti aveva peraltro confermato proprio martedì, qui a Brescia. Accolta da parte mia, come immagino da parte di molti, come una buona notizia per l’insieme del PD.
Per quanto mi riguarda, nel sostenere ormai da mesi la candidatura di Nicola Zingaretti, ho sempre nel contempo ritenuto che fosse altresì indispensabile andare oltre la contrapposizione tra renziani ed antirenziani attraverso una reciproca legittimazione dei tre più significativi candidati: Zingaretti, Minniti e Martina. Con una legittimazione sostanziale e non di quelle ipocrite e formali. Al punto da ritenere prioritario questo loro comune impegno per il futuro del PD anche rispetto alla vittoria di ciascuno dei tre diversi candidati.
Sono infatti momenti drammatici in cui è il tutto d'un partito che deve prevalere sulle singole pur legittime parti. E questo per una sola e precisa ragione: l’oggetto vero di questo Congresso non è la vittoria di uno o dell’altro di questi tre candidati, ma è la salvezza del PD e d’un progetto di alternativa basato sul centro sinistra. D'una possibile alternativa per il Paese davanti al baratro nazionalpopulista.


Salvare il Pd uscendo dal contrasto tra pro ed anti Renzi

Salvare il PD. Anche da se stesso, oltre che dalla paralisi che lo attanaglia dalla sconfitta del Referendum (2016) in poi.
Questo per me è l’imperativo ed il “perché” è presto detto. L’alternativa al disastroso governo Lega-M5S non può che esser costruita con il PD, non già senza il PD e tantomeno contro.
Il mio non è un canto partigiano. Non avrei neppure l’intonazione giusta, viste le critiche rivolte al PD, già in fase costituente e senza aver atteso Renzi. Che peraltro ho ritenuto un “figlio legittimo” di quel PD. Contrariamente a chi dell’anti-Renzi ora se ne fa pure un alibi per nascondere i propri errori precedenti.
Ma è il “come” del salvataggio il nodo più complicato.
C’è chi sostiene – candide anime – il ritorno al PD delle sue origini. Se si allude alla “Carta dei valori” ci sta. Ma se invece ci si riferisce alle scelte politiche, mi pare che ci stia ben poco. Mito delle primarie, vocazione maggioritaria, bipartitismo, indulgenze neoliberiste, il capo partito come capo di governo… una sequenza di scelte ormai archiviate. Dopo dieci anni senza una sola vittoria nazionale, persino quando il PD alle elezioni è giunto primo.


Segretari Pd: perchè è positiva la scelta di Peluffo in Regione, Zanardi in Provincia, Gaglia in città

In risposta alla intervista di Giorgio De Martin
Ho letto con tutto l’interesse che merita l’intervista di Giorgio De Martin (Giornale di Brescia, 8.11.18). Sorvolo volutamente gli aspetti polemici, per concentrarmi su quelli politici. In parte condividendoli, in parte no. Condivido le valutazioni riguardanti il successo del PD e del Centro Sinistra in Loggia con Del Bono sindaco. Lo sforzo unitario e l’impegno d’un PD in città diretto dallo stesso De Martin. Ed altro ancora.
Su altri passaggi ho un’opinione diversa. Le “componenti” interne al PD sono previste nel PD, che è un partito pluralista e non leninista. Né grillista, né berlusconiano. Si vota al Congresso per mozioni, su diversi candidati e sulla base di queste si compongono gli organismi dirigenti (unitari o in base a maggioranza/minoranza) con i voti degli iscritti. Il PD non ha mai voluto regolamentare le componenti in modo trasparente (finanziamenti, rappresentanze…), questo il problema. E la relativa confusione. Con la Leopolda, per esempio, e tutti quanti poi con le proprie “Leopolde e Leopoldine” del caso. A Roma come a Brescia. Tutti ordinatamente contro le correnti, nel tentativo di far fare brutta figura ma alle correnti degli avversari. Con limitatissime eccezioni.




BRAGAGLIO: PER UNA DIALETTICA UNITARIA AL CONGRESSO PD Valutazioni sulla vicenda delle candidature a segretario di Mottinelli e di Zanardi

Nel prendere atto della dichiarazione dell’amico Pierluigi Mottinelli penso si debba ringraziarlo ed apprezzare le motivazioni della sua scelta. Decisione non facile – tra segreteria del PD e candidatura europea – ma che, per come si è svolto il confronto al “Tavolo” , convocato dal segretario Michele Orlando, era stata ritenuta dai più una scelta indispensabile.
Potevano esserci percorsi e decisioni anche diversi? Può darsi. Anche perché il clima unitario interno al PD bresciano, a maggior ragione dopo la grande vittoria in Loggia di Emilio Del Bono, è reale e poteva far maturare una convergenza su un solo candidato.
In questa stessa direzione si è opportunamente mosso anche il Sindaco Del Bono, con la proposta da lui autorevolmente avanzata. Ben interpretando così gli auspici di molti, compreso il sottoscritto. E come al Tavolo in effetti poi è avvenuto con l’unanimità dei consensi sulla candidatura a segretario PD di  Mottinelli. Non è un caso, infatti, che si è decisa una delegazione per sottoporre tale scelta allo stesso Mottinelli.

Per un nuovo e diverso PD…la ripartenza da Brescia?

La vittoria del sindaco Del Bono, oltre che oggetto del desiderio è anche motivo d’una riflessione critica per il PD nazionale? Nutro più d’un dubbio. Anche in presenza di autorevoli valutazioni fatte dall’on. Gentiloni a dall’on. Martina, segretario del PD. Infatti il PD ha finora solo sfiorato il cuore del problema. Si dice: vittoria del buon governo. Vero. Ma fu pure vera la sconfitta del buon governo di Martinazzoli e di Corsini, nel 2008. Come vera anche la sconfitta del buon governo di Fassino a Torino. Il buon governo, quindi, è condizione imprescindibile, ma non sufficiente.
Il “di più”, di cui oggi dice Brescia, è un’operazione - tutta politica - di costruzione d’un nuovo Centro Sinistra e del Civismo. Come ieri a Milano con Giuseppe Sala. Quindi non generici appelli alla società civile ed ai corpi intermedi, ma una leadership inclusiva ed un progetto, chiaro ed aperto, in cui forze sociali e cittadini possano riconoscersi. E non già leadership o partiti monocratici ed autoreferenziali. Con “Cantores” del PD saliti sul carro del vincitore, pur sostenendo ancora politiche opposte.
Le due vittorie di Del Bono – 2013 e 2018 - rappresentano l’ordine logico degli addendi di alleanze politiche, sociali e civiche. E non già quelle del “Rosatellum”, con alleanze prima rigettate e poi inutilmente improvvisate. Già nel 2013 le primarie di Del Bono con la lista civica di sinistra con Fenaroli, già segretario della Cgil. L’apparentamento con Castelletti e la sua lista civica e socialista. Insieme poi al civismo moderato e cattolico di centro.

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