Partito

“Costi quel che costi”, ora tocca a noi

E’ stato giusto porre fine all’accanimento terapeutico d’un confronto che si stava avvitando sugli incarichi ministeriali, al punto da sfasciare anche quella positiva alleanza che sul Conte 2 si è determinata tra Pd, M5S e Leu. Una alleanza che, seppur non del tutto consolidata, va confermata, come hanno sostenuto sia Zingaretti che Orlando, a nome del PD. Operazione certo difficile, ma possibile se son chiare le prospettive del futuro. Senza rimuginare impossibili ritorni alle diverse origini di ciascuno. Di fronte alle gravi emergenze del Paese oggi ci si impone il sostegno alla proposta di Draghi avanzata dal Presidente Mattarella. Nulla merita - neppure la polemica - la bulimica e millantata rivendicazione di troppi padri putativi della proposta di Draghi. Per noi fondamentale oggi è il giudizio sul futuro del suo Governo, consapevoli che esso coincide con la decisione del presidente Mattarella. Questo il punto di non ritorno d’un rischio, non già d’una crisi politica, ma d’una crisi del sistema istituzionale, di cui essere consapevoli. Con un Presidente che, avendo fatto - anche a differenza di alcuni suoi predecessori - della sua “neutralità politica” la cifra rigorosa del suo mandato, renderebbe l’eventuale fallimento del “Governo del Presidente” ancora più drammatico di fronte alle tre gravi emergenze da lui richiamate. Il PD ha già risposto con coraggio e chiarezza, consapevole anche del valore d’un percorso da condividere con gli alleati del Governo uscente. Consapevole altresì che le decisioni di oggi segnano il destino del futuro.
Nel dibattito si fa riferimento al precedente Governo Ciampi inteso come governo tecnico e politico. Sta bene. Ma ancor più rilevante è tale evocazione perché – ora come allora – essa si è posta come una soluzione emergenziale che, seppur diversamente motivata, rinvia anche oggi ad un cambio di sistema politico.


Dal PCI al PD il filo interrotto

Cento anni dopo
DAL PCI AL PD IL FILO INTERROTTO
di Claudio Bragaglio

(Bresciaoggi; 24 gennaio 2021)
Strano “compleanno”, quello del PCI. Nato nel ‘21, diversamente rinato nel ‘26 con Gramsci al congresso di Lione, ma – per lo storico Luciano Canfora, nel suo recente libro “La Metamorfosi” - risorto con Togliatti nel ‘44, come un partito nuovo con la “svolta di Salerno”, l’unità antifascista e la Costituente. Molti interventi hanno evidenziato il carattere riformista del PCI, affermato nel tempo in un rapporto sempre più critico con Mosca, dopo l’invasione di Praga nel ’68 e lo strappo per il colpo di stato in Polonia, nell’81.
Ma un punto è di acquisita condivisione. Il PCI, con Berlinguer ed il Compromesso storico, era già oltre i confini del suo stesso nome. Ed è la ragione per la quale è stato l’unico partito comunista a non essere travolto dal crollo del muro di Berlino, segnando, con le sue trasformazioni in PDS e DS, l’orizzonte d’una nuova sinistra, insieme ad altre forze laiche e cattoliche, promuovendo l’Ulivo. Evidente il filo conduttore della politica unitaria togliattiana, berlingueriana ed ulivista nel rapporto tra la sinistra, le forze cattoliche e laiche, seppur diversamente definite ed in mutate situazioni.
Ma nella rilettura critica della storia dei “comunisti italiani” ho notato l’imbarazzata rimozione che ha finora riguardato il passaggio al PD. Che fine ha fatto tale storia nel PD? A maggior ragione l’interrogativo si pone nel rileggere le vicende del PCI-PDS-DS in parallelo con la scomparsa di Emanuele Macaluso, una straordinaria biografia da molti ricordata.
Nella traumatica svolta della Bolognina dell’89, rimaneva in campo la prospettiva d’un dopo-PCI con radici già da tempo ancorate al riformismo socialdemocratico. Mentre con la nascita del PD quelle radici in gran parte venivano divelte, neppure più trapiantate in un nuovo campo. Questa la critica aspra di Macaluso, rimossa dai recenti ricordi, quasi che il suo pensiero fosse fermo al 2006.
Oggi come PD siamo nella tormenta politica. Molti si schierano contro Renzi e la sua “colonna infame”. Ma gli avvenimenti di queste ore sono figli solo d’un suo atto sconsiderato o anche d’una “narrazione” del decennio?

Per uscire dall’emergenza del Paese salvare questo PD e il Centro Sinistra

Leggo un’intervista di Walter Veltroni: “da Biden, un modello per la sinistra, il riformismo coraggioso”. Bella, direi, come bella ha da esser per lui la politica, evocando il titolo – La bella politica – d’un suo libro. Parla di molte cose del tutto condivisibili e pure d’una politica “radicale”. Ma ormai è un vezzo che ha preso pure recentemente Massimo D’Alema. Infatti pure lui parla di politica radicale, senza che per me (lo confesso) abbia un significato definibile in contenuti o schieramenti. Biden avrebbe vinto con una politica radicale? M’è toccato di discutere con un caro amico - sostenendo con voluta provocazione (in versione italiana e bresciana) - che la sua vittoria era quella della migliore storia…democristiana! Mediazione sociale più politica. E’ quanto, infatti sostiene (mi pare) il grande politologo Michael Walzer quando parla d’un “Presidente del Compromesso”. Altro che… radicalizzazione! Anzi proprio tale “radicalizzazione” va contrastata, frutto della estremizzazione politica e della crisi sociale dei ceti medi. Senza potercela cavare con la semantica che allude sì ad un “ritorno alle radici”, ma con la pretesa di voler dir tutto, in politica si dice poi un bel niente. Veltroni e D’Alema, entrambe nostre antiche conoscenze, nelle vesti di…neo-radicali? Mah!
Nell’intervista poi si pone un tema, su cui Veltroni rileva il metodo, senza pronunciarsi sul merito. L’esemplificazione dell’Intervistatore evidenzia le tesi contrapposte di Bonaccini e Bettini, ma lasciando sullo sfondo i due diversi (e ben noti) loro referenti politici. L’uno, Bonaccini, con le diaspore (da Renzi a D’Alema) che dovrebbero rientrare nel PD. L’altro, Bettini, invece con le diverse forze, rappresentative di varie aree che si ritrovino, seppur distinte, in una coalizione. A partire dal leale sostegno di un Governo in piena emergenza per il Covid.

Il perchè d'un sì di Sinistra contro l'aggiramento in atto della Destra. I rischi della difesa della linea Maginot

Nella cornice museale del lavoro in Val Trompia, a Tavernole sul Mella, con il “monumento” d’un maglio ad acqua in bella mostra, s’è svolto un interessante confronto – promosso dai giovani di Face to Face – sul Referendum. Un confronto con argomenti e stima reciproca tra il sen. Eugenio Comincini (Italia Viva) e Fabrizio Benzoni (Azione) per il No, Dario Violi (M5S) ed il sottoscritto (PD) per il Sì. Moderato dal Presidente della Valtrompia  Massimo Ottelli. Nessuno s’è sottratto agli argomenti più noti di carattere costituzionale, ma volutamente ho sottoposto agli interlocutori un elemento che rappresenta per me una novità sostanziale delle ultime settimane, soprattutto con l’uscita dell’on. Giorgetti della Lega quando ha sostenuto che la vittoria del Sì avrebbe rafforzato il Governo Conte. Giorgetti è tra i più intelligenti della Lega ed ha colto la novità d’un clima cambiato. Infatti la riduzione dei Parlamentari era condizionata dal ritenere scontato il consenso del Paese. In base a ciò, chi per convinzione, chi per opportunismo s’è allineato ad un tale “idem sentire”, con un voto in Parlamento quasi al 100%. Con il PD che ha cambiato posizione in quarta votazione in fase di formazione di Governo con il M5S. All’interno poi delle varie forze, compreso il PD, sono emersi sempre più i distinguo dei No. Di vari costituzionalisti e poi di Giornali che han fatto – come un partito tra partiti – quel che sappiamo. Per molti la campagna elettorale si conclude sull’onda di come era cominciata, senza avvertire la potente virata in atto in questi giorni. Con la Destra che ha colto al balzo la novità sostanziale, mentre il Centro Sinistra traccheggia sul già detto e il ridetto. Compulsivamente. Con la conferma del No, buon ultimo, anche di Veltroni.



Referendum: i perché d’un “SI” riformista ed antipopulista

Al Referendum voto SI, pur condividendo alcune ragioni del NO. Come due piatti d’una bilancia che oscillano in equilibrio, ma con un peso che fa poi la differenza. Dirigenti ed intellettuali di sinistra, in cui peraltro si riconosce la mia storia politica, hanno motivato le loro contrarietà. Anche con toni esorbitanti. Da parte mia nessun manicheismo, ma una scelta - quand’anche solo per realismo – del “male minore” o d’un “ex malo bonum”, ovvero la trasformazione d’un Referendum non voluto in qualcosa di buono. Quindi non Marx, ma Sant’Agostino, con la teologia politica che a volte…concorre. D'altronde lo stesso costituzionalista Zagrebelsky s’è ironicamente immaginato come l’incerto asino di Buridano davanti ai due mucchi di fieno del SI e del NO.
In primo luogo va rilevato –  come di recente sottolineato sia dal presidente Bonaccini che dall’on. Martina del PD – che la riduzione dei Parlamentari è da sempre una richiesta del Centro Sinistra. Come, per esempio, nella Commissione Costituente di D’Alema. Si obietta, mal scomodando i Padri Costituenti, che viene ridotta la rappresentatività costituzionale originaria, quando semmai si deve parlare della riforma del 1963 che ha stabilito i numeri attuali. Ma soprattutto non si considera che con le Regioni nel 1970 si sono aggiunti circa 1.100 “parlamentari regionali”, e già allora si pose il tema giusto della riduzione, dovuto al trasferimento di attività legislative alle Regioni. Ma non se ne fece nulla.



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