Svolta o rifondazione del PD?
- Dettagli
-
Categoria: Partito
-
Pubblicato: Martedì, 30 Marzo 2021 00:00
IL REALISMO DI LETTA PER IL “LABORATORIO” DEL NUOVO PD
di Claudio Bragaglio
Presidente della Direzione lombarda del PD
(Giornale di Brescia, 30 marzo 2021)
Svolta o rifondazione del PD? La seconda, direi. Si tratta infatti d’un cambiamento rispetto non solo al renzismo, ma ad alcune scelte originarie del PD. Si sostiene l’alibi che “il vero PD non è mai nato”, ma senza rendersi conto che tale giudizio - dopo 15 anni - è ancor più liquidatorio.
Nelle scelte di Enrico Letta segretario colgo un tale cambiamento perché sovverte il quadro del PD veltroniano, riprodotto in varie fogge da una decina di segretari e reggenti. E già questo - insieme ai molti Padri costituenti che son spariti - la dice lunga.
Molte le cose deludenti da lasciarci alle spalle. Lo schema bipartitico, la famosa “vocazione maggioritaria” in versione “strong”, la coincidenza – scritta nello Statuto! - tra segretario del PD e il capo del Governo, le leggi elettorali ipermaggioritarie per desertificare le forze alleate, ma concorrenti, le liste elettorali decise a Roma, il “mito fondativo” delle primarie…
Negli anni persino due PD, come “gemelli siamesi”, si son trovati tra loro uniti, ma con opposte vite. A livello nazionale un primo PD ha seguito quel tracciato appena richiamato, ma senza mai vincere una elezione, mentre un secondo PD nei governi locali ha, in direzione opposta, promosso le più ampie coalizioni, spesso vincendo e da protagonista. Come nei vari Capoluoghi lombardi, compresa Brescia, con la grande alleanza del Sindaco Del Bono nel 2013 e ‘18.
La convivenza di tali opposte strategie ha portato il PD alla crisi. Crisi di rappresentanza politica, oltre che sociale e territoriale. Ma non solo. Ben sapendo come il bipartitismo non possa che spostare l’asse della contesa elettorale su una linea centrista, moderata e neoliberista, lasciando ampio spazio a movimenti populisti di sinistra e ad allo stesso M5S.
I sindaci nel rivendicare – giustamente – un ruolo nazionale hanno però motivo anche per se stessi d’una riflessione critica in quanto molti si sono adeguati alle scelte prevalenti nel PD senza proporre come linea nazionale, quella opposta e che da loro stessi era promossa nelle città. Ovvero non la “vocazione maggioritaria” del PD, ma la “vocazione coalizionale”, con premio di maggioranza per le coalizioni stesse. E con una conseguente legge elettorale nazionale.
La “vocazione coalizionale”, a mio parere, è l’asse rifondativo del PD, proposto da Letta, che rinvia ad una diversa visione – quella ulivista - della rappresentanza politica, sociale e civica.
ll Libro: Il PCI bresciano. Una breve storia 1921-1990
- Dettagli
-
Categoria: Partito
-
Pubblicato: Venerdì, 26 Marzo 2021 00:00
IL CAPITALE UMANO.FOTO DI GRUPPO CON PCI - Il Libro: Il PCI bresciano. Una breve storia 1921-1990
di Massimo Tedeschi
(Corriere della Sera, Giovedì 25 marzo 2021)
---
Quando il Partito comunista italiano nacque cent’anni fa, da una scissione durante il congresso socialista di Livorno del 15-21 gennaio 1921, la provincia di Brescia era una “cenerentola” nella geografia del nuovo partito. I bresciani assegnarono a Bordiga 230 dei 1268 voti congressuali di cui disponevano e quando - due settimane dopo - in piazzetta Legnano in città aprì la prima sezione del nuovo Partito, che aveva nel sindacalista Marcello Verdina il dirigente più esperto, il PdCi di Brescia era povero di quadri e risorse finanziarie, privo di addentellati nella realtà cooperativistica e nell’associazionismo operaio. Improntato a un’organizzazione di tipo militare (gli “Arditi del popolo”), animato da propositi rivoluzionari, nelle elezioni di maggio misurò nel Bresciano tutta la propria debolezza: ottenne 521 voti contro i 37mila dei socialisti, i 44mila dei popolari, i 25mila del blocco liberale. Un’avanguardia esigua e disorganizzata, schematica nelle analisi, in attesa messianica della rivoluzione, ossessionata dalla polemica contro i socialisti che però a Brescia non lasciavano spazio, essendo in maggioranza massimalisti (dunque “di sinistra”). Nel 1922 il PdCi a Brescia ha 108 iscritti, già esposti a licenziamenti e arresti. Ci vorrà l’arrivo di un’altra frangia scissionista dei socialisti, nel 1924, per irrobustire le fila di un partito che, inquinato da informatori della polizia, verrà subito scompaginato ed entrerà infine in clandestinità.
A cent’anni dalla nascita del Pci nazionale anche il partito bresciano ha ora un suo manuale storico grazie al libro “Comunisti. Il Pci bresciano. Una breve storia 1921-1990” (Liberedizioni, pp. 152, euro 15) promosso dalla Fondazione Ds Brescia. Il curatore Marcello Zane ha chiesto a quattro autori – Gianfranco Porta, Paolo Corsini, Paolo Pagani e Claudio Bragaglio - storie, racconti e testimonianze dei settant’anni di storia dei comunisti bresciani. In attesa che qualcuno cominci a studiare il ponderoso archivio del partito, in fase di riordino presso la Fondazione Micheletti, questo è il più aggiornato manuale a disposizione. I dilemmi della collocazione internazionale del partito, le dispute ideologiche, le sconfitte della Storia rimangono sullo sfondo. Anzi c’è una certa propensione ad iscrivere a posteriori il Pci nel fronte della socialdemocrazia europea, sorvolando sul fatto che l’Italia non ha avuto la sua Bad Godesberg, che lo “strappo” di Berlinguer con l’Urss nel 1981 non divenne rottura, che quando Umberto Terracini nel 1982 affermò che “a Livorno aveva ragione Turati” la sua uscita venne accolta con imbarazzo, e che il Partito approdò all’Internazionale socialista solo nel 1992, quando il Pci non c’era più, il muro di Berlino era caduto e sulla scena c’era il Pds.
“Comunisti” lascia sullo sfondo questi aspetti, che fanno della storia del Pci un nodo sostanzioso e controverso, insomma non “pacificato” della storia italiana. In compenso il libro offre un racconto – ora partecipe, ora affettuoso – degli uomini e delle donne che hanno speso la vita per un ideale, un credo politico, un’organizzazione ferrea, uno slancio morale, una passione militante, un governo progressivo delle istituzioni e della società bresciana. “Comunisti”, appunto.